lunedì 3 aprile 2017

Alcune considerazioni sulla testimonianza di Enrico Vanzini l'ultimo sonderkomando italiano

In margine all'incontro di sabato 18 marzo al Teatro Magnani con Enrico Vanzini, riportiamo alcune considerazioni di studenti della Scuola Media P. Zani di Fidenza, ma anche di un genitore e dell'insegnante Mara Dallospedale. Sull'evento-incontro abbiamo già pubblicato un articolo che Amedeo Tosi ci aveva gentilmente girato.


CONSIDERAZIONI SULLA TESTIMONIANZA DI ENRICO VANZINI,
L’ULTIMO SONDERKOMMANDO ITALIANO


La testimonianza di Enrico è di quelle che vanno dritto al cuore, travolge, addolora. Come in altre simili occasioni ho provato una miriade di emozioni e sensazioni e, per alcune notti, sono stata suggestionata  dal ‘terribile rumore dei nervi umani che scricchiolano tra le fiamme’. Tuttavia  l’indignazione, l’incredulità, la rabbia questa volta  hanno lasciato il posto alla compassione, intesa come ‘patire con’.

Il suo racconto, per quanto costellato di assurda ferocia e di barbarie, mantiene sempre il tono appassionato, ma dolce di chi, nonostante tutto, ha perdonato i suoi aguzzini: “So che non agivano con la loro testa. Erano imbottiti delle idee di quel pazzo di Hitler”.
Mi ha ricordato le parole di Samuel Artale, ex deportato bambino sopravvissuto ad Auschwitz che, dopo essere cresciuto coltivando l’odio e la vendetta, ha conosciuto l’amore nella ragazza che  in seguito sarebbe diventata sua moglie ed ora invita i giovani a volersi bene, perché è l’unico modo ‘per apprezzare la vita’. Questo uno dei messaggi che ha lasciato durante il suo intervento a Noceto, il 22 gennaio scorso.
Un altro aspetto mi ha colpito molto di ‘nonno Enrico’: il ricorso assiduo alla preghiera, la certezza che il suo Dio sarebbe intervenuto a salvarlo. Sicuramente la fede ha costituito una marcia in più, gli ha conferito la forza indispensabile per sopravvivere in quell’inferno terreno.
Mi sono chiesta se sia stato un ‘prescelto’. Io, quasi sicuramente, mi sarei chiesta ‘Dov’è Dio?’, la stessa domanda che anche Artale si è posta.
Simile a quello di Artale è stato anche l’ultimo messaggio che Enrico ha lasciato ai giovani: “Studiate, siate sempre promossi”.
"Nessuno può togliervi la conoscenza, il capitale più grande. – Ha detto Samuel- Investite in essa, nessuno può privarvene".
Chi ascolta un testimone, lo diventa a sua volta; mi auguro che i tanti giovani presenti abbiano accettato questa sfida ...per non dimenticare, perché ‘sappiano quanto è labile il confine che separa l’umanità dalla ferocia’ e ricordino che, come diceva Edmund Burke, “Perché il male trionfi è sufficiente che i buoni rinuncino all’azione”.
(Mara Dallospedale, insegnante)


Credo che sabato abbiamo assistito ad una fantastica testimonianza: il racconto dettagliato e preciso dell’esperienza di un soldato italiano dopo l’8 settembre 1943. Mi sono molto emozionato perché ha detto le stesse cose che raccontava anche il mio bisnonno, anche lui militare in quei giorni. Mi ha colpito principalmente  il fatto che, solo dopo parecchi anni,  abbia deciso di condividere la propria storia da militare e da  deportato.  So che molti hanno preferito non parlarne, probabilmente perché è troppo doloroso ricordare le atrocità subite o viste . Mi ha colpito anche la sua lucidità. Nonostante i suoi novantacinque anni, infatti, è riuscito ad utilizzare parole adeguate e frasi ben costruite, tanto da far immedesimare i presenti e coinvolgerli in prima persona, come fossero loro stessi dei prigionieri. Nonostante questo, però, sono convinto che le torture fisiche e psicologiche subite nei campi di concentramento siano tanto disumane da poter essere comprese in pieno soltanto vivendole.
Un altro punto che mi ha impressionato è stato il fatto che la madre non lo abbia riconosciuto, nel rivederlo. Partito con un fisico da atleta, al ritorno pesava circa come un bambino di otto anni.
Quella di sabato è stata un’esperienza drammatica, ma bellissima, in quanto abbiamo ‘consultato’ oralmente una vera fonte storica su un argomento che fino ad ora avevamo solo conosciuto sui libri e sui filmati
(Alessandro, 3^A)


Di questa testimonianza non c’è cosa che non mi abbia colpito. Nonno Enrico (così vuole essere chiamato) ha risposto a domande che erano dentro di me, domande a cui non riuscivo a rispondere. Durante la sua prigionia ha spesso chiesto aiuto al Signore perché pensava di morire da un momento all’altro e in varie circostanze è stato oggetto di miracoli. Ecco, mi ha colpito il fatto che Enrico abbia continuato a credere e a sperare, nonostante quello che ha vissuto. Per me è la prova concreta che Dio ci guarda, ci aiuta, soffre insieme a noi.
Un altro momento intenso è stato quello in cui, commosso, ci ha raccontato che la sua mamma gli ha chiesto perdono per non averlo riconosciuto, al ritorno.. Siamo noi, ci ha detto Enrico, che dovremmo chiedere perdono alle nostre mamme per i nostri errori, mentre loro, per noi, pensano sempre il meglio.
L’incontro mi ha fatto capire che, nonostante libri e filmati, si può capire veramente l’orrore solo dai racconti dei sopravvissuti. Ringrazio nonno Enrico che, pur avendo novantacinque anni, è venuto nella nostra piccola città a regalarci delle testimonianze che trasmetteremo ai nostri figli, perché questo errori non vengano dimenticati e non si ripetano.
(Sophia, 3^A)


Mi ha fatto molta impressione il racconto dei nervi delle persone che scricchiolavano mentre venivano bruciati. Mi ha colpito anche  la figura della contadina che gli ha passato il pane pur sapendo che stava rischiando la vita (è stata infatti uccisa subito) e l’episodio del ritorno a casa, quando la mamma non ha riconosciuto Enrico per la trasformazione che aveva subito con la prigionia e le torture fisiche e psicologiche.
(Agatha, 3^A)


Il racconto  di Enrico è stato molto emozionante, abbiamo avuto l’occasione di ascoltare le crudeltà che sono state commesse dal nazismo direttamente da una persona che le ha vissute. Personalmente, mi ha colpito che la mamma non lo abbia riconosciuto , quando è tornato a casa. Sono rimasta abbastanza sconvolta anche dal fatto che in questi anni non abbia mai raccontato ai familiari la sua storia per non farli soffrire. Da un lato non lo trovo giusto, ma forse io mi comporterei allo stesso modo.
L’incontro è stato molto istruttivo, cose del genere non devono mai più verificarsi.
(Greta, 3^A)


La testimonianza mi ha colpito davvero tanto, e molto di più in confronto ad altri eventi. Gli occhi dell’uomo, mentre raccontava le proprie vicende (o meglio tragedie) erano qualcosa di inspiegabile.
Non nego che mi è scappata qualche lacrima quando ha raccontato che ha rivisto sua madre che non lo riconosceva più e negava che fosse suo figlio. Non riesco ad immaginare quanto sia drammatico conservare  nel cuore quegli anni di orrore. Provo davvero tanta stima per quell’Uomo con la U maiuscola che, nonostante tutto, non ha mai mollato. Per sopravvivere deve aver avuto davvero tanta forza fisica e morale.
(Silvia, 3^A)



Per quanto mi riguarda, l’incontro con il signor Enrico Vanzini è stato molto formativo e piacevole,, nonostante gli argomenti lo fossero un  po’ meno. Credo sia necessario far conoscere a noi ragazzi le atrocità che sono state commesse in passato per fare in modo che non si ripetano in futuro. Avevo già letto alcuni libri e la professoressa ci aveva spiegato cosa fosse un campo di concentramento e cosa avvenisse all’interno, ma sentire la testimonianza di un uomo che tutte queste cose le ha vissute in prima persona ha avuto un impatto diverso su di me.
Vedevo la sofferenza che provava nel raccontare e questa è stata forse la cosa che mi ha fatto più pensare: nonostante questi ricordi gli suscitassero tanta tristezza, ha voluto raccontarceli affinché noi giovani conoscessimo la cruda verità. Mentre raccontava mi veniva la pelle d’oca; mi è rimasto impresso quando ha ricordato lo scricchiolio dei nervi umani nei forni, e sapere che tutto questo è avvenuto soltanto il secolo scorso fa riflettere molto. Il racconto dell’incontro con la madre dopo la prigionia a Dachau è stato commovente, ma al tempo stesso terribile; non riesco ad immaginare quale fosse il suo aspetto, dal momento che anche la madre, la donna che gli ha dato la vita, non riusciva a riconoscerlo. Ringrazio Enrico per le sue preziose parole.
(Cecilia, 3^A)


E’ stata sicuramente l’esperienza più istruttiva riguardo alla storia dei campi di concentramento/sterminio, perché è una fonte sicura.  Io non riuscirei a vivere dopo un’esperienza di quella gravità, anche solo al pensiero di quello che avrei provato. Il problema è che tutto questo è realtà: è vero che la gente mangiava vermi,  è vero che si facevano esperimenti sulle persone, è vero che li bagnavano con la canna e l’acqua fredda anche in inverno. Una volta trascorsa questa esperienza, cosa deve temere ancora una persona? Nulla.
L’esperienza del sonderkommando, poi...una cosa inaudita. Come andare avanti, sapendo che potrei bruciare il corpo di un amico o un familiare?  E’ la cosa che mi ha colpito maggiormente.  
Deve essere stato ‘pesante’ anche non essere stato riconosciuto dalla propria madre. Ringrazio tutti coloro  che mi hanno offerto questa opportunità, fondamentale e da prendere al volo,dato che non ne avremo più tante.
(Giuseppe, 3^A)


Sono rimasta davvero colpita dai racconti di nonno Enrico. Mi ha stupito subito il fatto che, dopo tutto quello che ha vissuto, riesca ancora a sorridere ed apprezzare le cose belle dei luoghi che visita (ha detto che Fidenza è propria una bella cittadina e che vuole tornare da turista).Ho notato una forza d’animo inaudita per riuscire a raccontare le atrocità viste e subite, riaprire una ferita così grande ogni volta che ne parla. Dalle espressioni del suo viso sembrava che le avesse vissute un paio di giorni prima.  
Questa esperienza mi ha fatto aprire gli occhi, le cose lette sui libri o viste alla televisione sembrano sempre lontane da noi, ma i racconti di Enrico sono estremamente vicini, anche se credo che, comunque, non riusciremo mai a comprendere in pieno ciò  che è successo in quell'inferno terreno. Pensare che avesse la forza di andare avanti, di non fare come altri  che si suicidavano, tutto questo mi riporta al presente, dove quella forza sembra scomparsa e il valore della vita sembra così basso.
Le parole che uscivano dalla sua bocca non mi sembravano vere o forse speravo, che non fossero vere. Il tormento delle immagini che lo seguivano anche nel sonno e i ricordi indelebili anche sulla pelle mi hanno fatto riflettere e dovrebbero far riflettere anche tutte quelle persone che negano ancora la storia.
I racconti che mi hanno colpito maggiormente  sono quelli dell’uomo russo che, per curarlo, rischiava la vita, la descrizione dei corpi su cui erano stati effettuati gli esperimenti, il ritorno a casa, quando nemmeno la madre lo aveva riconosciuto a causa del suo deperimento. Infine, la contadina che gli ha allungato un pezzo di pane pur sapendo che probabilmente avrebbe perduto la vita, come infatti è successo. Quel pane Enrico non lo ha mai mangiato, ma l’ha portato con sé a casa e donato alla mamma, che lo ha portato in una chiesa, quasi fosse un oggetto sacro.
(Mara C., 3^A)



E’ stata un’emozione fortissima. Mi ha colpito soprattutto  che, in un certo senso, Vanzini abbia giustificato chi ha commesso quelle atrocità. Enrico ha attribuito la colpa al sistema e non ai singoli. E’ riuscito, non so come, a perdonare. Credo che anche la forza della fede abbia contribuito a salvarlo.
Grande uomo!
(Lorena, mamma 3^A)


La storia dell’umanità è piena di tragedie e ingiustizie ed è nostro dovere, proprio per il nostro stesso bene, ricordare per non commettere gli stessi errori . Inoltre la testimonianza aiuta a riflettere su vari aspetti della vita: l’uguaglianza, la tolleranza religiosa, la fortuna e le opportunità che noi ragazzi abbiamo, nonostante spesso non ce ne rendiamo conto...
La testimonianza era così triste che alcuni episodi mi facevano sentire un nodo in gola. Ascoltando racconti simili non ho potuto  fare a meno di chiedermi come mi sarei sentito io, come avrei reagito e dubito che sarei ancora vivo. La parte che mi ha commosso maggiormente è stata quella del ritorno a casa, quando sua madre non l’ha riconosciuto: partito con un fisico atletico da calciatore promettente, quando è tornato pesava 39 chili!
Ciò che mi ha colpito di più è che, nonostante le sofferenze e le torture subite, sia riuscito a cavarsela grazie alla sua fervente forza di volontà e alla fede in Dio.
In un’altra occasione mi sono chiesto ‘se fossi stato al suo posto?’, in particolare quando ha rifiutato di arruolarsi nell’esercito tedesco, consapevole delle conseguenze. Mi sono dato del codardo, quasi mi vergognavo.
Enrico, inoltre,  ha attribuito tutte le colpe  all’ideologia razzista di Hitler e non agli esecutori. Io, al contrario, avrei maledetto tutta la Germania!
Al finire della testimonianza ci ha incoraggiato ad andare sempre bene a scuola e a sfruttare al meglio le nostre opportunità e io cercherò di farlo
(Michael 2D)

4 commenti:

  1. Franco Bifani3 aprile 2017 11:25

    Teniamo ben presente che esistono numerosi infami, anche vicino a Fidenza, i negazionisti, che asseriscono che tutta la faccenda della Shoah e dei Lager nazisti, con oltre 9 milioni di vittime, è stata solo una bieca invenzione degli Alleati e degli israeliani, questi ultimi per scucire soldoni alla Germania. I negazionisti affermano che le vittime furono solo poche centinaia di migliaia, tutti morti per malattie respiratorie e tifo; altri ancora, nel corso del ritorno in patria. Inoltre, i Lager erano ameni spazi muniti di campi da football, per il tennis, con cinematografi, teatri e piscine. Ma no! Forse c'era gente che faceva la fila per essere ospitati in questi centri o di svago, invidiati dalle SS, costrette a fare la guardia ad una massa di oziosi fannulloni e perdigiorno.

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  2. Le riflessioni di questi ragazzi mi fanno pensare e mi emozionano. Ci lamentiamo spesso della gioventù, ma che cosa facciamo noi adulti per stimolare le loro menti, per alimentare la loro capacità naturale di sentire, di emozionarsi, perché le loro potenzialità non si disperdano in un vivere a caso? Forse non abbiamo per loro il rispetto che meritano, forse ci manca la pazienza di rivivere con loro i bisogni che un tempo sono stati anche i nostri.

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    1. Condivido quanto esposto da Marisa: si dice che i giovani non hanno interessi, che sono passivi, ma forse sono gli adulti troppo superficiali e preferiscono colmarli di cose spesso inutili, piuttosto che "perdere tempo" con loro in dialoghi costruttivi. Manca "la famiglia", i telefonini, sono il suo "alter ego".

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  3. Franco Bifani5 aprile 2017 23:11

    Secondo me, è assurdo, inutile e controproducente parlare di perdono, nel caso degli assassini genocidi nazisti. L'ideologia hitleriana sarebbe rimasta astrazione se non fosse stata messa in pratica da milioni di tedeschi fanatici, quelli che Daniel Goldhagen chiamava, in un suo saggio, i volenterosi carnefici di Hitler. Il perdono verso questi mostri disumani è come gettare perle, ai porci. Ci voleva giustizia punitiva, per tutti questi torturatori ed assassini, ma così non fu, per ragioni di strategia politica mondiale.

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Ädèssa a vüätar . Adesso a voi